Alzare lo sguardo a Tor Marancia

DSCN8171Camminare a testa alta, non guardare a terra. È un tratto distintivo di orgoglio, dignità, coraggio.

Se sei nato nella periferia di una grande città non è sempre così facile. A volte intorno preferisci non guardarti perché di bello non c’è proprio niente. Roma è la città con le Chiese più belle del mondo, ma forse a Tor Marancia se ne sono dimenticati e anche la parrocchia del quartiere qui è solo cemento. A Tor Marancia ci sono palazzi, tutti uguali, qualche panchina, pochi negozi. Il quartiere è noto per l’alto tasso di criminalità e di spaccio. Qui abitano circa 20.000 persone, la maggioranza in alloggi popolari gestiti dall’Ater. Gli abitanti di questa borgata si fanno chiamare “sciangaini” perché come accade nella metropoli cinese, questa zona è sempre stata particolarmente vulnerabile alle alluvioni.

Ma da qualche settimana questo quartiere ha assunto un aspetto completamente diverso grazie all’opera di alcuni writers che hanno decorato con le loro opere le pareti delle palazzine del civico 63.

C’è il murales dedicato dall’artista parigino Seth a Luca, un bimbo del quartiere morto mentre giocava a calcio e simbolicamente rappresentato mentre sale su una scala colorata e guarda oltre l’orizzonte. O il “Veni vidi vinci” di Lek&Swoat pensato per Andrea Vinci, un ragazzo costretto su una carrozzina che abita al secondo piano di questo edificio e a cui la Fondazione Roma ha promesso un ascensore.

C’è l’“Hic sunt adamantes” di Diamonds per chi di questo quartiere si è un po’ innamorato e vi ha scoperto molti tesori e l’opera “Nostra Signora di Shangai” di Mr. Klevra che simboleggia la tenerezza con cui questo quartiere di Roma chiede alla Città Eterna più attenzione. E poi la raffinata ricerca cromatica di Alberonero, la mano di Elisabetta – abitante della palazzina – che diventa costellazione nell’opera di Philippe Baudelocque.

Sono 20 in tutto gli artisti internazionali (da Jerico a Reka, da Danilo Bucchi a Gaia) che hanno partecipato a questo progetto, “Big City Life” promosso da 999contemporary e finanziato dal Comune di Roma e dalla Fondazione Roma.

Ci tenevo molto a vedere queste opere, anche se Tor Marancia non è esattamente negli itinerari turistici romani e non ci capiti per caso. Arrivata qui ho vissuto emozioni molto forti. Progetti di riqualificazione dei quartieri popolari come questo hanno molto più del già indubbio valore culturale e artistico.

L’obiettivo è quello di promuovere cambiamento attraverso, ancora una volta, la partecipazione dal basso. Gli abitanti della borgata hanno contribuito alla scelta delle opere. E i ragazzi del quartiere si sono costituiti in una associazione – “Rude” – per farsi promotori di un comitato che dovrà valorizzare e tutelare questo museo a cielo aperto.

Ci riusciranno?

Certo, diranno i più cinici o pragmatici, non basta l’arte per salvare un quartiere come questo. Servono servizi, infrastrutture, opportunità. È questo compito della politica e delle istituzioni ma c’è anche un problema fortemente educativo. Qui, e lo percepisci in pochi passi, le persone rischiano fortemente di sentirsi sole e prive di opportunità, più che altrove.

Sarò una sognatrice, ma se fossi un’educatrice romana farei di tutto per portare in questo quartiere un Centro di aggregazione giovanile, tanto per cominciare. O un servizio per la prima infanzia. Ma anche un serio progetto di educativa di strada e un servizio per la mediazione dei conflitti. Mi piacerebbe proporre a chi ha finanziato queste opere straordinarie di accompagnare progetti di questo tipo a un’equivalente investimento pedagogico. Un esempio possibile è, in questo senso, l’Exmè di Cagliari, in via Sanna, dove oltre si è riusciti ad integrare l’intervento artistico con la progettazione socio-educativa.

Ma regalare un po’di bellezza in fondo non è già mezzo di redenzione?

Alzare lo sguardo senza paura e trovare qualcosa di bello e di inaspettato, a cui tu stesso hai contribuito, non è già il primo segno di riscatto?

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