“Il segreto della mia vita? La Parola”. Intervista ad Ernesto Olivero

Meditazioni Quaresimali (1) – Prima tappa dell’itinerario promosso dalla Diocesi di Rimini. In “cattedra” Ernesto Olivero, fondatore del Sermig.

“Il segreto della mia vita? La Parola”

È ripartito l’atteso e partecipato appuntamento con l’itinerario delle Meditazioni Quaresimali, giunto alla sua 6ª edizione. Un percorso attraverso il quale la Diocesi di Rimini sceglie di offrire uno spazio di meditazione e riflessione in preparazione all’evento della Pasqua. Quest’anno il tema scelto è “Eucaristia nostra vita”. L’itinerario si è aperto nella serata di lunedì 10 marzo alla Chiesa di Sant’Agostino con la prima delle cinque meditazioni in programma, affidata ad Ernesto Olivero: Il segreto della mia vita (Testimoniare il Dono ricevuto).
Ha introdotto l’incontro Stefano Giannini che ha sottolineato la necessità di vivere la Quaresima come un vero e proprio Sacramento, mettendo al centro delle nostre vite l’Eucaristia e vivendola in uno spirito di profonda comunione con gli altri.
Da qui la scelta di aprire le Meditazioni Quaresimali con Ernesto Olivero, vero uomo di comunione, conosciuto in Italia e in tutto il mondo per aver fondato a Torino insieme alla moglie Maria e a un gruppo di volontari il Sermig – Servizio Missionario Giovani e Arsenale della Pace, con l’obiettivo di promuovere azioni di solidarietà e giustizia nei confronti dei più poveri.

Come è nata e come si è sviluppata l’idea del Sermig?
“Fondamentale è stato il ruolo di mia moglie Maria. Lei lavorava come segretaria, io in banca, ma avevamo un chiaro programma di vita: destinare ogni mese il guadagno di una giornata del nostro lavoro ai poveri e dedicare almeno due ore alla settimana al volontariato. Molti ci hanno chiesto perché abbiamo avuto l’esigenza di fondare una nuova realtà quando già c’erano molti gruppi missionari, ma in realtà il nostro desiderio più forte era quello di abbattere le barriere, vivere la globalità. Non avevamo soldi, ma un sogno”.

Nel suo libro Per una Chiesa scalza (Priuli & Verlucca 2010) il primo capitolo si intitola “Dove porta il sì…”. Dove crede che il suo sì l’abbia condotta?
“Il sì è un piccolo seme, non sai cosa diventerà… se papavero, arbusto o pino. Bisogna custodirlo, prendersene cura, farlo crescere. A scuola ero sempre l’ultimo della classe, mi chiedevo perché, ma poi ho capito che Dio voleva da me qualcosa di nuovo, di diverso. Il nostro sì non è sufficiente se non lo viviamo con accanto la parola fedeltà, con accanto un per sempre. Quando nel 1964 abbiamo dato vita al Sermig non avrei mai immaginato che da quel primo germoglio sarebbe nata un’esperienza di questo genere. Certo, abbiamo sempre sentito che c’era Qualcuno che ci stava guidando e che ci aiutava anche nell’affrontare il male e le ingiustizie, e questa presenza era per noi fondamentale”.

Al centro del vostro impegno ci sono sicuramente i giovani. Perché questa scelta?
“Abbiamo scelto di mettere i giovani al primo posto, di amarli incondizionatamente, in un momento in cui nessuno sembra amarli davvero. Tutti ne parlano, ma nessuno se li prende davvero a cuore…altrimenti non avremmo il 50% di disoccupazione giovanile né lasceremmo che così tanti giovani si distruggano la vita con le droghe. Noi abbiamo scelto di ascoltarli e di invitarli a cercare una risposta alla loro disillusione e alle loro sofferenze nella Parola di Dio”.

“Amati amiamo” è lo slogan che sintetizza la regola dl Sermig. Cosa vuole esprimere?
“Parto da un episodio. Una sera ad un incontro, un giovane andò al microfono e mi disse: «Tu sai che centinaia di persone come me qui a Torino dormono per strada? Che tutta Torino messa insieme dà solo 20 posti per dormire alla povera gente? Tu, Olivero, stanotte dove dormi?». Quell’incontro mi ha segnato tantissimo. Quella notte ho deciso di andare alla stazione e dormire lì anch’io e ho scoperto l’inferno. «Amati amiamo» significa proprio questo: andare incontro all’altro come Dio è venuto incontro a noi. Se facciamo esperienza personale dell’amore di Dio, possiamo amare l’altro e dare così testimonianza del Signore nella nostra vita”.

Leggendo i suoi scritti e ascoltandola si percepisce un legame di profondo amore con la Parola di Dio…
“Nella mia vita sperimento quotidianamente come l’unico antidoto per non abbattersi e, al tempo stesso, non montarsi la testa per i successi risieda proprio nella Parola di Dio. Leggo la Bibbia anche cinque o sei volte l’anno, “mangio” la Parola, me ne nutro e poi mi metto a disposizione della volontà di Dio. Dono a Lui del tempo perché poi possa fare di me quello che vuole. La lettura della Bibbia è per me uno straordinario esercizio di umiltà, che consiglio a tutti”.

“Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Matteo 25,40) è uno dei versetti della Parola con cui si è aperta questa serata. Quali riflessioni le suggerisce questo brano evangelico?
“È una Parola che mi desta forte preoccupazione e dovrebbe suscitarla in tutti. Se penso che oggi, come ogni giorno, almeno centomila persone sono morte di fame. Se penso alla condizione dei detenuti nelle carceri. Se penso alla situazione dei migranti… come non provare vergogna e sconforto e non sentirsi toccati da questa Parola? Che risposta diamo, come cristiani, a tanto dolore? Se fossimo veramente e profondamente cristiani dovremmo essere capaci di suscitare dubbi e interesse intorno a noi, di far nascere in chi incontriamo la nostalgia di Dio, di mostrare serenità e bellezza. Ecco, credo che tutti quanti noi ascoltando questa parola dobbiamo sentirci interpellati a fare di più e a farlo sempre meglio. Dobbiamo rinascere nel Vangelo, l’unico libro capace di offrirci tutte le risposte di cui abbiamo bisogno”.

Tornando al suo libro, che cosa intende per una Chiesa scalza?
“Una Chiesa scalza è l’unico modo affinché la Chiesa possa essere credibile nel mondo della politica, nel mondo dell’economia, nella lotta alla mafia. È come se fossimo sempre sulla strada di Gerico, dove c’è un ferito che grida e chiede il nostro aiuto. Dobbiamo mostrare il volto di una Chiesa che è amore sconfinato e quindi capace di fare innamorare tutti, capace di suscitare rispetto, entusiasmo, gioia. Il titolo del libro è stato ispirato dal mio amico scrittore Erri De Luca e vuole esprimere proprio questo: l’amore con tutte le mie forze per la Chiesa e il desiderio di trasmettere questo amore anche agli altri.

Silvia Sanchini

Il Ponte, 13 Marzo 2014 http://www.ilponte.com//news/2014/marzo/13/rimini/a_oil_segreto_della_mia_vita__la_parolaa__.html

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