Harraga: bruciare la frontiera

1690_8f53226b3507426aee2883f810db22eeAhmed è arrivato a Rimini dall’Egitto con il fratello Muhammad di 12 anni dopo 4 mesi terribili di viaggio. Jamila ha dovuto lasciare la sua amata Africa per l’intensificarsi della guerra civile in Costa d’Avorio. E Shahed che a soli 16 anni ha perso il papà che, già indebitato, aveva rinunciato alle cure mediche per permettergli di raggiungere l’Italia dal Bangladesh.

Come possiamo non interrogarci davanti a queste storie e a questi volti che quotidianamente incontriamo?

Li chiamiamo “non accompagnati” perché arrivano nel nostro territorio da soli, ma sperimentiamo ogni giorno quanto invece siano accompagnati da forti aspettative personali, dalle istanze delle loro famiglie e spesso anche dei loro paesi di origine.

Sul blog da lui fondato, “Fortress Europe”, Gabriele Del Grande cerca ogni giorno di documentare i numeri di quella strage di uomini e donne, bambini e adulti, che perdono la vita nella traversata del Mediterraneo: almeno 18.673 persone che dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell’Europa. Eroi silenziosi di cui nessuno parla, che nessuno celebra, che nessuno ricorda.

Negli stessi paesi di provenienza dei giovani migranti si sta svolgendo un dibattito molto acceso. Lo scopriamo ascoltando i versi di alcune delle canzoni più famose in Tunisia, Algeria, Libia… “Bruciare la frontiera” (harraga) è visto da alcuni giovani come l’estremo atto di coraggio, da altri come un inganno, da alcuni come una scelta sbagliata, da cui prendere le distanze. La musica di Reda Taliani, Balti, Samir Loussif (tra i più celebri rapper nord africani) è la colonna sonora di tanti giovani prima di partire e durante il viaggio: è la suoneria dei loro cellulari, la musica presente nei video che pubblicano su Facebook o su Youtube. Conoscere questo mondo ci aiuta a meglio comprendere le aspettative, i desideri, le paure dei giovani che giungono in Italia e delle loro famiglie.

Anche nella storia raccontata nel delicato romanzo di Carlotta Mismetti Capua, Come due stelle nel mare (Piemme 2012), l’autrice ci invita a guardare l’essenziale, aldilà della superficie, perché è proprio il vuoto generato dall’indifferenza intorno a questi temi che le ha permesso di guardare la realtà con occhi diversi.
Una storia che comincia su un autobus della capitale ma che in realtà parte da molto più lontano, dall’Afghanistan: 4950 km percorsi per lo più a piedi da quattro ragazzini da Tagab a Roma, che per loro è “la città di Asterix” (da qui il primo luogo dove questo incontro è stato raccontato, il blog: La città di Asterix. È la storia di una cittadina che compiendo un gesto di solidarietà e accoglienza si trova a costretta a scontrarsi con una realtà molto più complessa, fatta di burocrazia, solitudine, frustrazioni, risposte mancate.
Inizia così una storia complicata, piena di intoppi, ma che è anche un grande atto d’amore.

I racconti di Gabriele e Carlotta hanno un denominatore comune: l’idea che il racconto sia l’unico antidoto all’indifferenza. E per raccontare oggi servono parole nuove che aiutino a combattere due pericoli estremamente rischiosi: quello della disumanizzazione e quello della falsificazione. Per questo più che parlare di stranieri, rifugiati, profughi… dovremmo forse semplicemente parlare di giovani, guardarli negli occhi, ascoltare le loro storie.

Questo dovrebbe essere ancora più vero nelle nostre comunità cristiane (forse ancora troppo poco vocate all’accoglienza) se, come scriveva San Paolo e come ci ha più volte ricordato il nostro Vescovo, per i cristiani non vi sono né “ospiti” né “stranieri”.
Ed è uno sforzo necessario in un momento storico come quello odierno così complesso e mutevole, se pensiamo da un lato alle violenze che stanno quotidianamente segnando i paesi protagonisti della “primavera araba” come l’Egitto ma anche ai segnali di speranza che potrebbero giungere dagli Stati Uniti dove Obama si sta impegnando a varare un’importante riforma in materia di immigrazione.

Mi piace concludere con alcune di queste parole che possono e debbono aiutarci a sconfiggere la tentazione dell’indifferenza e del disimpegno. “Di solito delle tragedie si scrive al passato remoto.
[…] E quella di stanza temporale consente l’audacia di domandarsi come sia stato possibile che ciò sia accaduto. […] Ecco, io credo che quando un giorno i miei nipoti studieranno a scuola che tra gli anni Novanta e Duemila, 20 o 30.000 uomini e donne persero la vita nel Mediterraneo tentando di raggiungere l’Europa, mi porranno le stesse domande. Forse è il caso di iniziare a cercare le risposte sin da ora. Oppure di rimboccarsi le maniche” (dal libro di G. Del Grande: “Mamadou va a morire”).

Silvia Sanchini

in: http://www.newsrimini/sociale

Una sintesi dell’articolo è apparsa anche sul settimanale “Il Ponte”  venerdì 23 Giugno 2013

Nella foto la copertina di Come due stelle nel mare

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