Da una casa speciale a un territorio solidale

Ci siamo ritrovati in tanti a Rimini per flettere insieme del sistema di cura e dei progetti di accoglienza che riguardano i bambini e gli adolescenti che vivono un’esperienza “fuori famiglia”. In tempi di grave crisi economica e culturale mi è sembrato davvero un bel segnale. Sono tante a Rimini le “case speciali” che accolgono minori in difficoltà, ma il loro compito non può esaurirsi se insieme agli educatori, alle famiglie, agli operatori del sociale… anche il territorio non si apre in una rete accogliente e inclusiva. Mi auguro che anche questo incontro abbia contribuito a stimolare la creatività e l’intelligenza di tanti per pensare a nuovi modelli e a strumenti che permettano di allargare gli orizzonti e offrire nuove opportunità a chi in questo momento è più fragile.

Da una casa speciale a un territorio solidale

Non sempre possiamo essere determinanti nella vita dei ragazzi che accogliamo, ma possiamo essere come una freccia, capaci di indicare una direzione. E questo è già tanto. (Andrea Canevaro)

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Nella foto: Stefano Vitali, Gino Passarini, Prof. Luigi Guerra, Gloria Lisi, Mirco Tamagnini, Agostina Melucci, Don Danilo Manduchi

Oltre duecento persone si sono incontrate il 21 maggio a Rimini nell’Aula Magna della Facoltà di Scienze della Formazione per riflettere sull’accoglienza di bambini e ragazzi che trascorrono parte della loro infanzia e adolescenza fuori famiglia.

“Una casa speciale”, il titolo del seminario, vuole proprio indicare la particolare esperienza di vita che questi minori vivono, seppure in forme e con modalità diverse e che è stata approfondita attraverso un analitico lavoro di ricerca condotto dalla Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione dell’Università di Bologna cofinanziato dalla Fondazione stessa e che ha visto coinvolti 205 minori e 103 adulti. Punto di forza del gruppo di lavoro che ha condotto la ricerca coordinato da Elena Malaguti è stato sicuramente l’aver coinvolto per la prima volta tutti gli attori che nel nostro territorio provinciale si occupano dell’accoglienza di minori fuori famiglia (case-famiglia, comunità, famiglie affidatarie, servizi sociali territoriali).
Già da una prima analisi dei lavori è emerso che, se da un lato la qualità di vita e di relazione nelle strutture del riminese viene valutata tutto sommato soddisfacente dai ragazzi, dall’altro emerge chiaramente il bisogno di migliorare le risorse esterne, ossia quelle forme di relazioni e di accoglienza che la società tutta può mettere in campo verso i minori fuori famiglia.
Rilanciamo qui alcuni punti che hanno contraddistinto le riflessioni dei tanti e qualificati esperti intervenuti e il lavoro nei workshop tematici ai quali hanno preso parte con vivacità referenti istituzionali, educatori, assistenti sociali, genitori affidatari, insegnanti, studenti e tanti altri operatori del sociale. Confrontandoci dunque sui processi di resilienza e sui modelli educativi di presa in carico dei minori fuori famiglia ci preme dire che:

    • Oggi più che mai c’è bisogno di informare su questi temi in maniera corretta, di sfatare pregiudizi e luoghi comuni che spesso alimentano il dibattito (bambini rubati alle famiglie, business milionari…), di sensibilizzare l’opinione pubblica tutta intorno a questa realtà;
    • È importante superare il dualismo comunità/famiglia che spesso ha contraddistinto la riflessione intorno all’accoglienza. Siamo convinti che di fronte a domande e bisogni complessi occorrano risposte differenziate ed eterogenee, realmente appropriate rispetto alle storie, ai vissuti e alle esperienze dei ragazzi in una prospettiva di comunità che si fa famiglia e, viceversa, di famiglia che diviene comunità;
    • Parlare di “casa speciale” significa anche ribadire la necessità di un “territorio speciale” e quindi solidale, in cui tutti si fanno carico dei processi di accoglienza dei minori, ciascuno secondo la propria specificità costruendo reti di prossimità a partire dalle risorse del territorio (scuola, formazione professionale, centri di aggregazione giovanile…) e in cui tutta la società (dalla politica ai singoli cittadini) si mostri accogliente e inclusiva.

Paradigmatica è stata a questo proposito per la Fondazione San Giuseppe l’esperienza di progetti per i neomaggiorenni che solo attraverso una proficua integrazione tra le risorse del pubblico e del privato sociale è stato possibile costruire e attuare. Tema evocato anche nel cortometraggio Capitolo 18 presentato per la prima volta proprio in occasione di questo seminario e che rappresenta la metafora di tanti ragazzi che vivono l’esperienza dell’affido etero-familiare.

Infine, in un momento di crisi economica e in cui il lavoro educativo e sociale è difficile, precario, spesso ignorato e penalizzato, non possiamo qui non esprimere un pensiero di ringraziamento a tutti coloro che quotidianamente si prendono cura di bambini e ragazzi che vivono condizioni di vulnerabilità e fatica e che, nonostante le difficoltà, riescono ad offrire a questi minori risposte di senso e relazioni significative.

Questa giornata vuole essere solo il primo passo di una riflessione che possa aiutarci a costruire nuovi modelli e sistemi di protezione ma anche la prosecuzione di un impegno che deve coinvolgere tutti a vario livello perché, siamo convinti, che la vera ricchezza di una società si misuri prima di tutto da quanto sa mostrarsi adulta e responsabile nei confronti di chi è più fragile. 

Strumenti:
I numeri e i risultati dell’indagine

Guido Fontana, Silvia Sanchini
Presidente e Direttore Generale della Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS di Rimini

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Nella foto: Monica Pedroni, Prof.ssa Elena Malaguti, prof.ssa Chiara Maci, prof. Andrea Canevaro
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