Cose che nessuno sa. La storia di J. dalla Costa d’Avorio a Rimini

Oltre 3.000 le persone morte in Costa d’Avorio, per una guerra di cui nessuno parla. J. che a 16 anni è dovuto fuggire dal suo Paese per sfuggire a questo terribile conflitto ci aiuta a fare luce su uno dei tanti conflitti dimenticati. J. è uno dei ragazzi che abbiamo accolto a Rimini come Fondazione San Giuseppe nell’ambito del progetto “Emergenza Nord Africa” di cui tanto si è discusso in questi mesi. Ha un’intelligenza spiccata, parla correttamente tre lingue ma è anche molto fragile e, forse anche per questo, la sua storia mi sta particolarmente a cuore.

Cose che nessuno sa. La storia di J. dalla Costa d’Avorio a Rimini

Mentre in Italia viviamo una situazione politica sempre più precaria e complicata, in molte parti del mondo avvengono conflitti cruenti e violazioni dei più basilari diritti umani nella quasi totale indifferenza. Come uscire da questa dimensione autocentrata e far sì che i conflitti nel mondo non vengano ignorati? Lo chiediamo a J., che a soli 16 anni ha dovuto lasciare il suo paese, la Costa d’Avorio, per sfuggire a una terribile guerra civile.

Da quanto tempo sei in Italia e come sei arrivato nel nostro Paese?
Sono in Italia da ormai due anni, sono partito dalla Costa d’Avorio nell’aprile del 2010. Sono arrivato a Rimini un po’per caso, dopo un viaggio attraverso Ghana, Togo, Benin, Niger, Libia per poi sbarcare a Lampedusa. In Italia sono stata accolto prima in una struttura di accoglienza a Riccione e poi a Rimini in una casa per le emergenze, in una comunità per minori e oggi in un gruppo appartamento per neomaggiorenni.

Perché hai scelto di lasciare la Costa d’Avorio?
Purtroppo non l’ho scelto, ma sono stata costretto. Nel 2010 in Costa d’Avorio si è intensificato un terribile conflitto nel quale ho perso tutta la mia famiglia. Anche per me era pericoloso rimanere là, per questo mi hanno consigliato di lasciare subito il mio Paese e sono partito dall’Africa, senza nulla e senza sapere dove andare, insieme a mia cugina.

Qual è attualmente la situazione della Costa d’Avorio?
È una situazione drammatica. Ci sono conflitti etnici e religiosi tra i vari gruppi e le varie etnie del paese (che sono più di 60). La situazione è esplosa dopo oltre vent’anni di grandi disastri politici ed economici. 1993 infatti dopo la morte del Presidente Félix Houphuët-Boigny si è accesa nel Paese una forte lotta per la successione, con un candidato sostenuto dalla Francia, Henri Konan Bédié, che si è autoproclamato presidente creando però nel paese forti tensioni. Nel dicembre 1999 Bédié è stato rovesciato dall’esercito e si è creato un governo di transizione fino al 2002 quando è stato eletto presidente Laurent Gbagbo, ma poco dopo un nuovo tentativo di colpo di stato ha spaccato in due il Paese e tutt’ora permane questa forte divisione tra nord e sud. Le elezioni del 2010 si sono risolte con un nuovo conflitto, per il quale io stesso sono dovuto fuggire, che ha portato 3.000 morti. Attualmente il presidente eletto è Alassane Ouattara mentre Gbagbo è in attesa di processo. Nel 2011 si è avviato un percorso di riconciliazione ma nei fatti continuano massicce violazioni dei diritti umani da parte delle forze armate ivoriane nei confronti dei sostenitori dell’ex presidente Gbagbo (di cui la mia stessa famiglia era sostenitrice). Sento quasi quotidianamente i miei amici in Costa d’Avorio e mi raccontano di continue violenze e di un clima di forte paura.

Pensi che l’Europa abbia qualche responsabilità nei confronti della situazione dell’Africa e del tuo paese?
Assolutamente sì: sia per gli interessi economici che prevalgono sulle logiche umanitarie (basti pensare che la Costa d’Avorio è uno dei principali produttori al mondo di caffè e cacao), sia per le logiche politiche che hanno legato l’Africa all’Europa anche dopo la fine del colonialismo. E poi l’indifferenza totale nei confronti della nostra situazione: da quando sono in Italia non ho quasi mai sentito parlare della guerra in Costa d’Avorio né sui giornali né alla televisione. L’unica organizzazione che denuncia da anni la situazione del mio Paese è Amnesty International.

Cosa pensi si dovrebbe fare per cambiare questa situazione? Come sensibilizzare maggiormente l’Italia sulla condizione del tuo Paese?
Sicuramente informare e far conoscere è molto importante. Raccontare correttamente quello che sta accadendo è un primo passo anche per far capire perché tanti africani sono costretti a lasciare il loro paese e a cercare una vita migliore in Italia o in altri stati dell’Europa.

Come è stato il tuo impatto con la realtà italiana?
La difficoltà più grande per me è quella di crescere e diventare adulto senza una famiglia sulla quale contare. Però qui mi trovo molto bene e vivere in un paese senza avere continuamente paura dello scoppio delle bombe o di guerriglie mi ha aiutato a ritrovare un po’di serenità.

Se pensi al tuo futuro e al futuro del tuo Paese cosa provi?
Ho molta paura. Vorrei tornare nel mio paese, l’Africa mi manca moltissimo, ma so che adesso non è possibile e questo mi fa soffrire. Per la Costa d’Avorio sogno un vero governo democratico e il ristabilirsi di una situazione di pace. Per il mio futuro, nonostante tutto, sono fiducioso perché in Italia ho trovato delle persone che mi hanno accolto e aiutato a credere nei miei sogni e nelle mie capacità. Mi piacerebbe fare lo scrittore o, visto che studio in un istituto alberghiero, lo chef. Penso che la cucina sia un’arte!
Grazie J. e in bocca al lupo da tutti noi.

Silvia Sanchini

in: http://www.newsrimini.it/sociale.html

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foto Human Rights Watch

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